Il più grave disastro ambientale nella storia americana, la “Marea nera” che ha devastato le acque del Golfo del Messico e le coste della Louisiana, del Mississippi, dell’Alabama e della Florida.
Prima o poi qualcuno ci avrebbe girato un film, magari un documentario di denuncia degli enormi danni causati all’ecosistema, ma con Deepwater – Inferno sull’oceano (da poco disponibile in home video) si è preferito raccontare le vicissitudini degli uomini a bordo della Deepwater Horizon. La piattaforma petrolifera da cui tutto è cominciato, trasformatasi in un vero e proprio inferno galleggiante.
A voi la mia “Pregiata” Opinione.
Basterebbero i numeri per dare un’idea delle proporzioni del disastro: il 20 aprile 2010 iniziò lo sversamento di petrolio greggio nelle acque del Golfo del Messico, terminato soltanto il 4 agosto 2010.
106 giorni dopo. E almeno 700.000 metri cubi di petrolio dopo.
Ancora oggi non è possibile quantificare realmente l’entità dei danni all’ambiente e all’economia della zona. Qualcosa di inimmaginabile, considerando in primis il valore incalcolabile della perdita di 11 vite umane.
L’incidente avvenuto sulla piattaforma petrolifera Deepwater Horizon rimane tutt’ora una ferita aperta per gli Stati Uniti e per il mondo intero.
Da un avvenimento di questa portata qualcuno sicuramente ci avrebbe fatto un film, infatti, nel giro di soli 6 anni, arriva al cinema Deepwater – Inferno sull’oceano, per la regia di Peter Berg.
Ma come ho detto, la ferita è ancora aperta e l’argomento va trattato con le pinze.
Soprattutto perché la storia vuole focalizzarsi sugli uomini al lavoro sulla piattaforma, persone che hanno dovuto realmente affrontare l’inferno e hanno cercato di uscirne.
La vicenda ha inizio sulla terraferma, dove si fa la conoscenza del protagonista, Mike Williams (Mark Wahlberg), di sua moglie e di sua figlia.
L’uomo è in partenza per continuare il suo lavoro sulla Deepwater Horizon, insieme ad Andrea Fleytas (Gina Rodriguez), unica donna tecnico presente, e Jimmy Harrell (Kurt Russell), il direttore dell’impianto.
Dopo un breve viaggio in elicottero, i tre riprendono i propri ruoli, cercando fin da subito di risolvere i diversi problemi nati sulla piattaforma.
Per Mike, capo elettricisti, ci sono costantemente macchinari difettosi da riparare, mentre per Mister Jimmy (così si fa chiamare il direttore) la seccatura più grande è dover sottostare alle continue decisioni discutibili dei rappresentanti della British Petroleum (BP).
La BP è la compagnia che ha affittato la Deepwater Horizon (di proprietà dell’azienda svizzera Transocean) per procedere con la perforazione del pozzo da cui poi estrarre il petrolio.
Siccome i lavori di scavo sono in ritardo di 43 giorni sulla tabella di marcia, gli uomini della BP cercano in continuazione di accelerare i tempi, con il grosso pericolo di tralasciare alcuni importantissimi controlli di sicurezza.
Ovviamente a Mister Jimmy la cosa non va giù, vede il suo equipaggio a rischio ed impone almeno dei test sulla pressione dell’asta di perforazione.
A partire da questi test, qualcosa inizierà ad andare storto e nel giro di poche ore, in piena notte, avrà luogo la tragedia conosciuta da tutti.
Purtroppo, 11 dei 126 membri dell’equipaggio perderanno la vita nell’esplosione e nel successivo incendio.
Basandosi su un doloroso fatto recente, con vittime presenti, la pellicola correva il rischio di risultare fuori luogo, se trattata come semplice prodotto di intrattenimento. Ma posso subito dire che gli autori non sono caduti in questo errore.
La scelta migliore è stata quella di non enfatizzare troppo il racconto, infatti, in definitiva, il film risulta essere un’ottima ricostruzione della vicenda.
Può essere definito un disaster movie, però in questo caso l’attenzione non è tanto per gli effetti speciali (comunque ottimi) o per la spettacolarità di alcune scene.
La sceneggiatura ed il regista si concentrano sulle gesta dei membri dell’equipaggio e sulle negligenze responsabili della tragedia, sottolineando l’aspetto umano.
Non c’è un eroe al centro della storia, ci sono persone comuni alle prese con qualcosa di terrificante.
Un plauso quindi alla direzione di Peter Berg, bravo a ricostruire i fatti mantenendo la tensione giusta durante tutta la durata del film, cosa non così facile.
Perché si sa già cosa succederà, non ci si può basare sui colpi di scena; piuttosto va preparato il terreno, poco alla volta bisogna alzare la tensione, fino ad immergere al meglio lo spettatore nell’atmosfera di pericolo imminente presente sulla piattaforma.
Regia ottima anche nei momenti più concitati, dove la messa in scena rimane chiara e il ritmo costante.
Gli attori fanno il loro dovere, senza grossi acuti, comunque legati ai comportamenti delle loro controparti reali e quindi impossibilitati a compiere virtuosismi o ad inventarsi performance memorabili.
In fin dei conti Deepwater – Inferno sull’oceano è più vicino al documentario-ricostruzione dei fatti che al disaster movie, o meglio, sembra una fusione di questi due generi.
Difficile quindi dare un giudizio spulciando la sceneggiatura o analizzando le inquadrature e le interpretazioni. Questa volta non penso sia necessario.
Era fondamentale trasmettere il dramma vissuto dalle 126 persone presenti sulla Deepwater Horizon e puntare il dito contro le scelte dissennate della British Petroleum, votata al profitto ad ogni costo.
Un costo altissimo.
La spettacolarità c’è, ma si mostra solo l’essenziale, il cuore della vicenda sono gli uomini. Ed il film è proprio fatto per loro, per ricordare e rendere omaggio alle vittime e a chi ha dovuto, suo malgrado, affrontare le fiamme di questo inferno sull’oceano per tornare a casa.
Molti di loro si sono salvati perché sono stati capaci di aiutarsi a vicenda, nonostante il livello di pericolo fosse altissimo, dimostrando ancora una volta quanto, in situazioni estreme, l’uomo sia capace di azioni straordinarie.
Una di quelle nostre (poche) caratteristiche in grado di infondere un po’ di speranza nel futuro. Di tutti.
Pregiatissimo