“Il silenzio è d’oro.”, questo ci è stato insegnato fin da bambini; ora viviamo, però in un periodo storico in cui questa vecchia “pillola” di saggezza popolare viene di fatto spazzata via, soffocata in un coro di grida e pensieri di persone che in tutti i modi si affannano per esprimere la propria sacrosanta libertà.

(…)Non dare ai tuoi pensieri la lingua, nè il suo compimento ad alcun pensiero fuori di proporzione: cerca di essere semplice e cordiale con tutti, ma non fino al punto d’esser volgare. (…) Concedi a ognuno il tuo orecchio, ma a pochi la tua voce. Accetta l’opinione di tutti, ma fa’ un uso parsimonioso del tuo giudizio.(…) 

 

Amleto (atto I, scena III)

 

Storicamente, mai come oggi, il concetto stesso di libertà d’espressione è stato di portata tanto ampia. La nostra società stessa si vanta d’essere una società libera e migliaia volte questa parola tanto bella e tanto terribile “LIBERTÀ” ci viene costantemente rivomitata addosso da tutte le direzioni.
Mi sorge però un dubbio: si può essere schiavi della libertà che tanto ci ossessiona?
E poi ancora mi chiedo: esiste un limite oltre il quale non sia giusto andare? Giusto, badate bene! Non possibile.
Esistono delle invisibili “colonne d’Ercole” oltre le quali la nostra libertà o il nostro impulso, per quanto giusto o nobile non diventi (auto)distruttivo?

Scrivo queste righe d’impulso, sull’onda dell’emozione, ma esse sono frutto di una profonda e lunga meditazione che ha radici ben più profonde dei fatti di cronaca che oggi smuovono le acque virtuali di internet. Sono convinto che tra un mese, sei mesi, un anno potrò prendere questo stesso articolo e rileggerlo e trovarlo attuale tanto quanto oggi, quando sarà piombato un nuovo macigno a far rimescolare lo stagno in cui noi tutti navighiamo.
Libertà di pensiero. Libertà di parola. Libertà di espressione. Libertà d’informazione.
Parole chiave dei nostri giorni dove la protagonista è, inutile dirlo, sempre lei: la Libertà. Abbiamo consacrato il concetto stesso di libertà come non plus ultra della civiltà e ci siamo erroneamente convinti di averlo raggiunto per il semplice fatto che ognuno di noi può, in qualsiasi istante, dire ciò che pensa al mondo intero. Fantastico. Incredibile. Quasi magico.
Ma… necessario?
Tutti possiamo parlare di tutto a tutti, ma è veramente necessario che tutto il mondo sappia che i gattini mi fanno ridere?
Ci vantiamo di avere la più grande libertà d’espressione di tutti i tempi e poi dobbiamo sperperarla su Ogni. Singola. Cosa.
Crediamo che semplicemente pre(o post)mettendo la frase “ma questa è solo una mia opinione” veramente sia giusto mettere bocca su qualsiasi argomento ed ergersi a giudice, giuria e boia di qualsiasi evento, grande o piccolo.

Non ci rendiamo conto che noi stessi facciamo da grancassa a quelle stesse cose che disprezziamo non facendo altro che parlarne? Gli antichi romani avevano un’usanza che mi ha sempre affascinato: la dannatio memoriœ. Una pena, riservata solo ai più grandi nemici di Roma o del Senato che consisteva nella dimenticanza totale del condannato. Chi commetteva gravi colpe veniva così letteralmente cancellato dalla storia perché di esso andasse perso persino il nome.
Oggi più qualcosa ci indigna e ci infuria, più costruiamo monumenti e mausolei mediatici di ciò contro cui tanto violentemente ci battiamo e così facendo altri inzieranno a parlarne per suscitare nuovamente la nostra reazione e così via finché la vacca grassa della libertà di parola non verrà munta sino a stillarne l’ultima goccia di sangue.

Siamo così ossessionati dalla libertà di parlare che abbiamo dimenticato di domandarci se a volte non sia preferibile il silenzio. Innalziamo a eroi coloro che non guardano in faccia a niente e a nessuno pur di dire ciò che la loro sacra libertà gli impone e ci siamo dimenticati quel vecchio concetto per cui (forse) la mia libertà finisce quando va a ledere quella di un altro essere umano. E non ditemi che le parole non feriscono: le parole possono ferire, possono persino uccidere.

Le parole sono pistole cariche” (Brice Parain)

Non esistono persone, quale che sia la veste in cui si pongono (critici, censori, satirici, politici, saggi, santi) che DEVONO per forza dire TUTTO quello che pensano.
La libertà di parola è qualcosa di meraviglioso ed immenso, ma continuando ad abusarne, nascondendoci col già citato “ma questo è solo il mio pensiero” non otterremo altro che di perderci in un’orgia di parole vuote al termine della quale la nostra tanto decantata libertà e le parole stesse avranno definitivamente perduto qualsiasi significato.

Amiamo tanto vantarci del nostro diritto a dire tutto quello che vogliamo, forse è tempo che iniziamo a preoccuparci del nostro (come si dice nei polizieschi) diritto a rimanere in silenzio.

Abbiamo, tra le altre, la libertà del silenzio. Forse usandola più spesso, le parole che pronunceremo poi, ricominceranno ad avere un vero significato.